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A cinquant’anni dalla morte, la Rivista del Cinematografo ricorda Totò

Nel numero di aprile, uno speciale di 16 pagine racconta perché ancora oggi il Principe della Risata è il comico più famoso e amato d’Italia

Il 15 aprile di cinquant’anni fa moriva il “Principe della risata”: Antonio De Curtis, ad oggi il comico più famoso e amato in Italia. Il numero di aprile della “Rivista del Cinematografo” anticipa e accompagna le tante celebrazioni previste quest’anno per omaggiarlo con un ricco speciale di 16 pagine dal titolo “Totò Forever”.

“Gli epiteti per ricordarlo si sprecano – scrive nel suo editoriale Davide Milani, Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e direttore della “Rivista del Cinematografo” -. Nessuno meglio di lui ha saputo adattare le maschere della commedia dell’arte al carattere italiano tra l’immediato dopoguerra e il boom; nessuno ne ha saputo interpretare vizi e virtù trasformandoli in un corpo anarchico, posseduto dal demone più beffardo del cinema popolare; nessuno meglio di lui ha saputo dare a questo aggettivo, popolare, la valenza nobile che definisce l’arte al servizio di tutti”.

Totò resta un maestro ineguagliato di mimica, sguardo, mobilità del corpo e sovvertimento della lingua. Ci aiutano a capire perché Orio Caldiron, Oscar Iarussi, Federico Pontiggia, Silvio Danese, Steve Della Casa e il parroco del Rione Sanità, Don Antonio Loffredo.

“Nel corso dei cinquant’anni che ci separano dalla sua morte – scrive Orio Caldiron – Totò è diventato un personaggio quotidiano e familiare per milioni di italiani, dopo che per molto tempo si è continuato a disapprovare la volgarità dei doppi sensi, il cattivo gusto delle battute, la confezione dozzinale dei suoi film. Oggi le imputazioni sono diventate i segni di riconoscimento della sua grandezza, i tratti distintivi della sua comicità”.

Totò è stato un principe novecentesco della scena al pari di Eduardo, tanto popolare da essere appellato senza cognome, come ricorda Oscar Iarussi: “Il suo ghigno e la sua smorfia vanno ben al di là di Napoli e si proiettano lontano, fino a costituire

quel Pianeta Totò circonfuso da un culto popolare che mezzo secolo dopo non scema”.

Spazio anche ad una raccolta – a cura di Federico Pontiggia – di battute, citazioni e frasi rese celebri da Totò. “Io da bambino ho avuto la meningite. Con la meningite si muore o si rimane stupidi. Io non so’ morto”, da un provino per “Il ladro disgraziato” (1930). O ancora “Siamo uomini o caporali?” dall’omonimo film del 1955, solo per citarne alcune.

Silvio Danese spiega come uscendo dallo “spiritismo” delle sue metamorfosi, forse ne possiamo cogliere la spiritualità: la quintessenza della malinconica constatazione della condizione umana. “L’elogio che ognuno si sente (oggi) di fare per Totò passa per la consapevolezza, o dall’intuizione, di avere davanti un artista totale, un grandissimo interprete fuso nell’uomo”.

Da Carmè a La malafemmina, il repertorio musicale del principe era nato per arricchire le sue performances sceniche ma finì per avere un ruolo importante nello sviluppo della canzone napoletana, “da Murolo a Zappulla, da Carosone a Merola, i più celebri interpreti della musica partenopea hanno eseguito i suoi brani” spiega Steve Della Casa: “Totò era come Charlie Chaplin: non sapeva la musica, eppure componeva musica. Con un metodo diverso però: le canzoni di Totò partono dalle parole, la musica arriva dopo o, come ebbe a dire lo stresso Totò, arriva da sola”.

Infine una testimonianza d’eccezione, quello di Don Antonio Loffredo, parroco del Rione Sanità che in un articolo a sua firma racconta come “Totò, soprattutto a noi del quartiere, ha indicato una strada: quella di chi cura con l’ironia il male di vivere e dissacra lo strapotere, l’egocentrismo e l’autoreferenzialità facendosene beffe e ponendolo in ridicolo. Grazie a questi suggerimenti la sua gente tenta di non soccombere al terrore che le scorribande esplosive di uno sparuto gruppo di scriteriati oggi diffondono indiscriminatamente. Seguendo il suo esempio cerchiamo di non sottostare al caporalato del male che corrompe la speranza affannosamente racimolata dai vinti, dai poveri diavoli, alla brava gente”.