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Pupi Avati riceve il Premio Bresson

Foto di Karen Di Paola

Il desiderio di scoprire la gioia data dall’esperienza della preghiera e dal mistero della fede, la cultura contadina all’origine di un “buon senso” che ha caratterizzato un’intera vita, l’amore per la settima arte che si intreccia con quello per gli affetti più cari, i protagonisti del grande cinema italiano nei ricordi di un testimone curioso e appassionato: sono solo alcuni dei temi toccati da Pupi Avati, che questa mattina, presso lo Spazio FEdS (Sala Tropicana, Hotel Excelsior, Venezia Lido), in occasione della 77esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha ricevuto il Premio Robert Bresson 2020.

Il riconoscimento, conferito dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e dalla Rivista del Cinematografo, con il Patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura e del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e con il contributo della Direzione Generale Cinema del MIBACT, giunto quest’anno alla sua ventunesima edizione, è assegnato all’opera cinematografica di quel regista che con i suoi film indaga le dimensioni più autentiche dell’Uomo, la ricerca del senso e l’apertura allo spirituale. Nelle passate edizioni il premio è stato attribuito, tra gli altri, a Giuseppe Tornatore, Manoel de Oliveira, Theo Angelopoulos, Wim Wenders, Aleksandr Sokurov, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Ken Loach, Gianni Amelio, Liliana Cavani e Lucrecia Martel.

Nel corso di una cerimonia che ha visto l’introduzione di Alberto Barbera (Direttore Artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), alla presenza di Roberto Cicutto (Presidente Biennale di Venezia), Pupi Avati ha ricevuto il prestigioso riconoscimento da Mons. Davide Milani (Presidente Fondazione Ente dello Spettacolo). “È un premio per andare oltre ciò che ci imprigiona e a partire da ciò che ci imprigiona, per volare verso il senso – spiega Mons. Milani – nella forma di una scultura in argento che rappresenta una gabbia da cui si stagliano delle ali (disegnato e donato dall’orafo Giovanni Raspini, ndr). Il suo significato è ben preciso: invita ad andare oltre ciò che ci affatica. Verso la grazia, che deriva dalla realtà che viviamo e non è un assoluto sciolto dalla contingenza”.

Regista, scrittore e produttore cinematografico, Pupi Avati è tra i maestri più prolifici ed eclettici del panorama cinematografico nazionale, capace in oltre cinquant’anni di carriera di cimentarsi con generi e registri espressivi diversi, dall’horror alla commedia familiare, dall’autobiografia al dramma storico, rivisitati con il diaframma di uno sguardo sempre lucido, capace di penetrare i sentimenti nascosti e le pulsioni più inconfessabili degli esseri umani. Ad accomunare opere diversissime quali La casa dalle finestre che ridono (1976) e Regalo di Natale (1986), Magnificat (1993) e Il cuore altrove (2003), Jazz band (1978) e Il papà di Giovanna (2008), Le strelle nel fosso (1979) e Il signor diavolo (2019) è il desiderio di raccontare luci e ombre del mondo evocato, che si tratti della provincia emiliana o di un passato dolce e rimpianto, delle peripezie familiari e di quelle dell’anima. La filmografia di Pupi Avati è un inesauribile lavoro di educazione allo sguardo, in grado di modificare la realtà osservata, di rinnovarla e fecondare l’immaginazione, affinché possa scorgere la grazia dell’ombra delle cose.

Mons. Davide Milani, Presidente della FEdS, consegna il Premio Bresson a Pupi Avati (ph. Karen Di Paola)

“I meriti di Pupi Avati sono tantissimi – ha affermato Barbera nella sua introduzione – ed è inutile elencarli: partendo dalla provincia è riuscito a conquistarsi una posizione di prestigio nel cinema italiano, dando vita una società di produzione con cui ha tutelato la sua creatività. Pupi è un grandissimo narratore di storie che rimarranno: gli spettatori di domani scopriranno qualcosa di questo Paese grazie ai suoi film”.

Intervistato dalla giornalista Tiziana Ferrario, Avati ha raccontato aneddoti e retroscena: “Mi sento un essere speciale: ero un venditore di surgelati e avevo sposato la ragazza più bella di Bologna, ma quando ho visto 8 ½ di Federico Fellini mi sono convinto a prendere la strada del cinema. Aver convinto, all’epoca, i miei amici del Bar Margherita a vedere il film è il capolavoro della mia vita. Tutta la mia esistenza è attraversata da incontri speciali: da Mario Monicelli, che aveva apprezzato il mio primo film e poi ho scoperto essere mio vicino di casa, a Pier Paolo Pasolini, con cui ho lavorato per la sceneggiatura di Salò o le 120 giornate di Sodoma. E, al mio secondo film, ricordo l’incontro con una giovane attrice sconosciuta che sostituiva la mia prima scelta, una sosia di Grace Kelly: non la volevo, mi sentivo tradito, ma appena si è messa a recitare mi sono reso conto di quanto fossi lontano da ciò che cercavo. Alla fine non riuscivo a dare lo stop perché ero commosso: quell’attrice era Mariangela Melato”.

Dopo la consegna del premio, Avati è tornato a Ferrara, dove sta girando il suo nuovo film, Lei mi parla ancora: “È la prima volta che traggo un film da un libro altrui – spiega il regista – e gli unici aspetti eccezionali di questo interessante libro di memorie erano l’età dello scrittore, il novantenne Giuseppe Sgarbi (padre di Vittorio ed Elisabetta), e il racconto di un matrimonio lungo sessantacinque anni. In realtà il libro è stato scritto con l’aiuto di un ghostwriter che ha riordinato i pezzi: per far diventare mia questa storia ho deciso di concentrarmi sul rapporto dialettico tra questo aiutante e Sgarbi, l’uno dalla vita matrimoniale un po’ disagiata e l’altro dedito al ricordo della moglie morta”.

In occasione del Premio Bresson, Pupi Avati è protagonista del nuovo numero della Rivista del Cinematografo, con un lungo e appassionato colloquio con Mons. Domenico Pompili (Vescovo di Rieti) dedicato al cinema come esperienza spirituale.

Pupi Avati con Roberto Cicutto, Alberto Barbera e mons. Davide Milani alla consegna del Premio Bresson (ph. Karen Di Paola)