Cinema e fede

Cinema e fede: Pupi Avati e Domenico Pompili

Foto di Karen Di Paola

Martedì 10 novembre 2020 sarà disponibile Come in uno specchio. Per una teologia del film del cardinale Gianfranco Ravasi, nuova pubblicazione delle Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, un testo che si propone di indagare la testimonianza cinematografica nel suo rapporto con l’esperienza del Sacro. Il volume inaugura la collana “Lo Spirito del cinema”, che si interrogherà sullo statuto teologico del cinema proponendo due vie: il sentiero dell’analisi filmica e quello della riflessione credente.

In attesa dell’uscita del volume, pubblichiamo dagli archivi della Rivista del Cinematografo quattro approfondimenti sul rapporto tra cinema e fede: un percorso tra dialoghi con cineasti profondamente legati alla dimensione spirituale e riflessioni di illustri personalità del mondo cattolico, per esplorare il legame tra produzione filmica e meditazione religiosa.

 

Il diavolo, probabilmente

Avati: È importante che ci sia un premio intitolato a Robert Bresson. Tutto il suo cinema guarda alla sacralità e, per chi fa il cinema, il
discorso del sacro dovrebbe essere al centro.

Pompili: C’è qualche film, di Bresson e non solo, la cui visione è stata per lei una forma di preghiera?

Avati: Diario di un curato di campagna, che fu attaccato alla sua uscita, ha una voce fuoricampo che mi piace così tanto. E, malgrado facesse di tutto per non occuparsi della forma, è anche molto ben fatto. Ma il film che mi ha fatto capire come raccontare il credere è Ordet di Dreyer. Non ho mai visto al cinema un miracolo rappresentato in un modo così commovente. I film di Dreyer li ho visti in parrocchia, forse non sono nemmeno passati nelle sale normali. Questa alfabetizzazione fatta dalla Chiesa è una vocazione interessante.

Pompili: La Chiesa ha svolto un ruolo didattico fondamentale attraverso le sale parrocchiali e i cineforum nei seminari, grazie alla passione di sacerdoti che producevano cultura. Oggi cosa può fare la Chiesa per il cinema? Può ancora avere un compito critico?

Avati: Dovrebbe essere più sprovincializzata, avere il coraggio di dire le verità politicamente scorrette, per esempio stigmatizzando film e serie tv diseducative che producono emulazione.

Pompili: C’è il rischio che il pubblico non voglia più provare la fatica del confronto con le opere?

Avati: La bellezza va conquistata. Un’opera d’arte difficile richiede un investimento: è complesso vedere un film di Dreyer, però una volta
entrati nel suo mondo senti di essere cresciuto. È come la preghiera: so che dà gioia, ma è una bellezza che non ho mai conosciuto. Insisto nel pregare perché so che mia madre provava gioia a stabilire questo contatto misterioso.

continua a leggere (da Rivista del Cinematografo, settembre 2020)

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