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Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’amare: l’editoriale di mons. Davide Milani per la RdC di gennaio-febbraio

Pubblichiamo l’editoriale di Mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e direttore della Rivista del Cinematografo, per il numero di gennaio-febbraio della RdC.

 

Scrivere la sceneggiatura di un film. Aprire un set. Organizzare un festival. Riaprire un cinema chiuso. Curarsi comunque del proprio pubblico. Ragionare di cinema per una rivista, un libro, un sito, una tv. Educare – mediante l’audiovisivo – i più giovani.

Sono inattese azioni che molte donne e uomini controcorrente, in questi mesi di paralisi, continuano a porgere contribuendo a mantenere vivo il nostro Paese, le sue comunità, i suoi cittadini. Molti protagonisti della famiglia del cinema operano così, indefessi, spes contra spem, perché sono certi di una primavera prossima, anche se non c’è ancora lunario capace di indicarne l’inizio. Mi domando da cosa siano agìti costoro: perché non si limitano (come molti) a ingrossare – con il proprio “lacrimoso rivo” – il torrente dei piagnistei? Conoscendo però bene alcuni degli indefessi, rimango affascinato dalla passione contagiosa che profondono nel proprio lavoro, uno dei molti necessari per trasformare in realtà il sogno dei cinema.

Quando si parla di passione, troppo spesso la si banalizza quasi fosse un mistico sacro fuoco che avvampa misteriosamente una esigua minoranza di eletti, quasi sempre naïve. La passione invece è quella di chi, in anno così probante, sta operando indefessamente per determinare un futuro in cui c’è posto (elenco per sommi capi) per l’esperienza della visione condivisa, di produzioni anche italiane, di buona fattura, d’essai o per grandi incassi e di tutto quanto è necessario per conoscere e dibattere. È una passione non per iniziati, ma che scaturisce da una convinzione fondata, da un impegno preso, da una posizione mantenuta: la cultura rende umano l’uomo.

È l’onestà di riconoscere che questo lavoro è una forma di personale salvezza, perché contribuisce a salvare il mondo; dona bellezza alle ore di lavoro, perché rende belle le ore dello svago degli altri; dona senso alle giornate di fatica perché partecipa alla riflessione sulla fatica e la gioia del vivere.

Quella gioia che, senza confonderla con una vuota allegria, dovrebbe essere l’orizzonte politico, culturale e sociale del primo giorno post-pandemico. Ma che in realtà è possibile rintracciare già qui, ora, nella condizione di fragilità che ci affratella, ci riscopre umani, ci invita a risvegliarci e muoverci verso una “vita nova”, per dirla col Poeta. Vita nuova è il titolo che abbiamo scelto per il 24° Tertio Millennio Film Fest (23 febbraio – 2 marzo), rinnovato anch’esso nella scommessa di un’edizione integralmente, non banalmente, digitale: opere, autori, intellettuali, ci aiuteranno a delineare il profilo del tempo che verrà incalzandoci con ipotesi, domande, sentieri di immaginazione. Convinti, per citare un altro poeta prezioso (il futuro appartiene forse ai poeti?), che “dove c’è pericolo cresce anche ciò che salva”.

Certo, questo spettacolo non accade solo su alcuni “schermi” ma lo scopriamo in ogni genere di intrapresa umana: ma sempre, specie nella prova, a fare la differenza tra la rassegnazione e la speranza, è solo la passione, considerare il proprio lavoro una missione da svolgere, un contributo da offrire, una ricchezza da donare. E da ricevere, financo oltre la morte: succede nell’ultimo, umanissimo film di Pupi Avati, che mette la macchina da presa davanti al memoir di Giuseppe Sgarbi, e dentro le nostre viste, e scopre che Lei, l’amore, mi parla ancora. Un regalo, custodito da un Renato Pozzetto in stato di grazia e offerto a chi di passione vive. E sopravvive.