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Un nuovo inizio: l’editoriale di mons. Davide Milani per la RdC di aprile

Pubblichiamo l’editoriale di Mons. Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e direttore della Rivista del Cinematografo, per il numero di aprile della RdC.

 

“E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze (…) Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento”.

Il dramma che origina la lirica di Quasimodo Alle fronde dei salici non è raffrontabile a quello che stiamo vivendo. La morte seminata dalla seconda guerra mondiale non è paragonabile a quella contagiata dalla pandemia: per genesi, natura, numeri, effetti. Ma è possibile comprendere l’una mentre si considera l’altra. I due conflitti del ‘900 e la diffusione globale del virus sono drammi che generano – proprio nel punto in cui accadono – altrettante cesure nella storia dell’umanità: nel modo in cui l’uomo si pensa e pensa il mondo, nelle figure con cui si rappresenta e si narra, nello stile con cui abita la terra e ne condivide lo spazio con i suoi simili.

Parliamo di primo e secondo dopoguerra, parleremo di epoca post pandemica. Salvatore Quasimodo scriveva nel 1946 dell’impossibilità di esprimersi nell’arte, di suonare moderne cetre: la guerra che aveva impressionato i suoi occhi, gli eccidi nazifascisti che avevano insanguinato l’Italia e l’Eurasia gli imponevano un’astensione dal gesto artistico. “Per voto”, per onorare i caduti, per rimediare agli orrori, per propiziare un futuro diverso. Il premio Nobel nato a Modica 120 anni fa ispira il suo componimento al Salmo 137: “Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: ‘Cantateci i canti di Sion!’. Come cantare i canti del Signore in terra straniera?”.

Cinque secoli prima di Cristo l’anonimo cantore biblico descriveva la situazione degli ebrei deportati nella capitale della temibile potenza nemica, Babilonia. Come si può cantare nel tempo dell’esilio, quando la patria, Gerusalemme, è stata distrutta, i padri uccisi, la memoria profanata, il ritorno alla normalità è impraticabile? Con il cuore abitato dal lutto, si dichiarano indisponibili a suonare per intrattenere. La possibilità dell’arte nella grande tragedia è una domanda che ci scuote.

Sarà possibile fare cinema dopo la pandemia? Quale cinema? Solo per distrazione? O sarà impossibile riderne? Narrare il dramma profanerà memorie? L’essenza della catastrofe è imprigionabile nell’immagine? Curioso andare a rileggere quanto un anno fa si scriveva (facile il giudizio postumo) con prematura saggezza: per convincersi che era già tempo di analisi e di archiviare i lockdown, si preconizzavano cambi di paradigma nella filmografia. Ma spesso si faceva riferimento più alla cronaca che all’arte, alle didascalie più che al simbolico, ai frame più che alle icone.

Quasimodo ha però ipotizzato una via per continuare a comporre poesie: “Le parole ci stancano, risalgono da un’acqua lapidata. Forse il cuore ci resta, forse il cuore…”. Il diluvio di immagini della pandemia che allaga le nostre vite, come “l’acqua lapidata” ci annega. Abbiamo bisogno di un’arte che le componga, le modelli, le interroghi, le narri.

Un’arte che ci risani proprio laddove le forme della cronaca ci avvelenano. Serve un cuore per fare questo, serve anche al cinema, “forse”. Un cinema con il cuore, capace di amare la realtà e di raccontare la possibilità della novità. Auguriamoci un cinema con il cuore, cioè misericordioso, della stessa misericordia che annuncia papa Francesco, quella “che ci fa uscire dalla solitudine e dall’egoismo, ci mette in cammino e ci cambia in meglio”. Lo stesso cuore che Francesco, solo in piazza San Pietro, un anno fa ha mostrato al mondo.